CSA - Centro Studi Amministrativi

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QUADERNI AMMINISTRATIVI - II e III trimestre 2016

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Pubblicato il periodico relativo al II e III trimestre 2016

            

INDICE

* Corte Costituzionale e legge 56/2014: La sentenza n.50/2015 sulla

 democrazia e l'autonomia a livello locale

(Prof. Bruno Di Giacomo Russo - Docente di diritto costituzionale  

Università  Milano Bicocca – Presidente Aevv Energie)...................pag.  3

*Open data e privacy - La creazione di un programma aziendale per

governare il processo di gestione dati

   (Dott. Giovanni Modesti -  incaricato di Diritto del Lavoro presso la Università

 “G. D’Annunzio” di Chieti)................................................pag. 12

* Decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 175
Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica..............pag.  37

* Decreto Legislativo 7 marzo 2005, n. 82 - Codice dell'ammi - 

nistrazione digitale (aggiornato al decreto legislativo 26 agosto

2016, n. 179).....................................................................................pag.  61

* Decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 126
  Attuazione della delega in materia di segnalazione certificata

  di inizio   attività (SCIA), a norma art. 5 L.7/8/2015, n.124......pag. 129

 

Torino 20.10.2016 già fissato per il 29.9.2016 Seminario: PERSONALE: LICENZIAMENTI E PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI PER ASSENTEISMO

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Iniziativa rinviata al 20 ottobre 2016 - Il seminario si propone di illustrare e fornire le corrette informazioni per una puntuale applicazione del recente Decreto legislativo 20 giugno 2016, n. 116, recante "Modifiche all'articolo 55-quater del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai sensi dell'articolo 17, comma 1, lettera s), della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di licenziamento disciplinare, a seguito dello choc del terremoto giudiziario legato all’inchiesta sui «furbetti» del cartellino seguita dai licenziamenti e dai provvedimenti disciplinari, che tanto scalpore hanno suscitato nell'opinione pubblica.

(per il programma completo cliccare sulla barra in alto sul  link I seminari) 

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Torino 26 ottobre 2016 Corso: IL NUOVO CODICE CONTRATTI PUBBLICI: IL RUP - LINEE GUIDA ANAC (Nomina, ruolo e funzioni)

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Il corso si propone di fornire le corrette informazioni sulla nomina, ruolo e funzioni del Responsabile Unico del Procedimento (RUP) a seguito dell'entrata in vigore  del nuovo Codice dei contratti pubblici e della regolamentazione attuativa dell'ANAC

(Per il programma completo cliccare in alto sul link: corsi)

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Siamo un'associazione scientifico-culturale, senza fini di lucro, operante dal 1983, composta da docenti universitari, magistrati, liberi professionisti, studiosi, dipendenti pubblici. Pubblichiamo la rivista giuridica di dottrina, giurisprudenza e legislazione "Quaderni Amministrativi".
Promuoviamo e curariamo la trattazione e l'approfondimento di problemi culturali, economici, fiscali, amministrativi ed urbanistici degli operatori pubblici e privati con convegni, congressi, seminari, conferenze e corsi.
Giovedì, 08 dicembre 2016

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NOTIZIE DA FILODIRITTO.COM

  • Alimenti - Governo: schema decreto legislativo, chi trucca le etichette rischia fino a trentamila euro se compromette la sicurezza e la salute dei consumatori
    Arriva alla Camera lo schema di Decreto Legislativo che regola le sanzioni previste per la violazione delle disposizioni di cui al Regolamento (Ue) n. 1924/2006, relativo alle indicazioni nutrizionali e sulla salute fornite sui prodotti alimentari. Il Consiglio dei Ministri lo ha  approvato lo scorso 9 novembre, in esame preliminare. Tra le novità più significative previste dal Decreto si sottolinea l’impianto sanzionatorio decisamente severo.  In particolare, all’articolo 3, si stabilisce che: “l. Salvo che il fatto costituisca reato, l’operatore del settore alimentare che, in violazione dell’articolo 3, paragrafo l; lettere b) e c), del regolamento, impiega nell’etichettatura, nella presentazione e nella pubblicità degli alimenti indicazioni nutrizionali o sulla salute non conformi alle disposizioni dello stesso regolamento, che danno adito a dubbi sulla sicurezza o sull’adeguatezza nutrizionale di altri alimenti o che incoraggiano o tollerano il consumo eccessivo di un elemento è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 3.000 a euro 30.000, se l’indicazione è sulla salute e da euro 2.000 a euro 20.000, se l’indicazione è nutrizionale”. Sono altresì previste sanzioni che possono arrivare fino a ventiquattromila euro per l’operatore del settore alimentare che impieghi in etichetta, nella presentazione e nella pubblicità, indicazioni sulla salute non incluse negli elenchi delle indicazioni autorizzate dagli articoli 13 e 14 del regolamento n. 1924/2006. Sono poi previste sanzioni accessorie per la reiterazione specifica del reato (come ad esempio la sospensione dell’attività lavorativa, come previsto dall’articolo 12, comma 1), nonché particolari disposizioni finanziarie introdotte dal successivo articolo 13. Seguiremo i lavori parlamentari e vi daremo contezza di quanto approvato in via definitiva. (Schema di decreto legislativo recante disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 1924/2006 relativo alle indicazioni nutrizionali e sulla salute fornite sui prodotti alimentari (356))
  • Ricettazione - Cassazione Penale: il reato è commesso in Italia se si effettua l’ordinativo della merce sul territorio nazionale, anche se il contratto si è concluso all’estero
    La Corte di Cassazione ha stabilito che affinché si possa ritenere che un reato è stato commesso in Italia è sufficiente che ivi sia stata commessa una parte dell’azione: in tema di ricettazione, affinché si possa applicare la legge italiana è sufficiente che l’ordinativo sia stato effettuato dal territorio nazionale, anche se il contratto è stato concluso all’estero. Il caso in esame A seguito dell’acquisto di quindici paia di scarpe contraffatte effettuato sul sito e-bay da un venditore malese, l’acquirente era tratto a giudizio per il reato di ricettazione e per il delitto di cui all’articolo 471 del Codice Penale (“Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi”) e condannato dal giudice di primo grado e dalla Corte territoriale. Avverso la decisione di quest’ultimo giudice, l’imputato proponeva ricorso per Cassazione, lamentando, tra i vari motivi, la violazione dell’articolo 56 del Codice Penale, per avere la Corte erroneamente ritenuto che il reato fosse stato consumato, laddove era configurabile, al più, un tentativo, e la violazione dell’articolo 9 del Codice Penale, per essere l’azione penale improcedibile mancando sia la richiesta del Ministro della Giustizia sia una querela idonea dalla persona offesa. La decisione dei giudici di Cassazione Per quanto concerne la censura della ritenuta consumazione del reato di ricettazione, i giudici di legittimità hanno osservato che: “il delitto di ricettazione si consuma, nella ipotesi di acquisto, al momento dell’accordo fra cedente ed acquirente sulla cosa proveniente da delitto e sul prezzo, considerato che la traditio della res – nella quale può ravvisarsi null’altro che un momento che pertiene all’adempimento del contratto, già perfezionato ed efficace – non può ritenersi imposta dalla norma penale, come elemento strutturale della fattispecie, al punto da contrassegnarne la consumazione come si desume dall’interpretazione letterale dell’art. 648 c.p. che distingue l’ipotesi dell’acquisto da quella della ricezione”. Secondo la Cassazione, pertanto, la Corte territoriale ha correttamente riconosciuto la consumazione del reato in questione. Quanto alla presunta violazione dell’articolo 9 del Codice Penale, per essere l’azione penale improcedibile per mancanza della richiesta del Ministero della Giustizia e della querela da parte della persona offesa, condizioni di procedibilità che si hanno nel caso in cui un cittadino si rende responsabile di un reato in territorio estero, i giudici di Cassazione hanno ritenuto la stessa infondata, essendo stato il reato commesso sul territorio nazionale, a norma dell’articolo 6 del Codice Penale. Preliminarmente, la Corte ha osservato infatti come all’epoca dei fatti fosse applicabile la legge dello Stato Italiano in quanto “non risulta che fra le parti fosse stata pattuita l’applicabilità di una legge diversa da quella dello Stato Italiano, luogo di residenza dell’imputato; il contratto stipulato rientrava con evidenza nelle ipotesi previste dall’art. 5/2 Convenzione di Roma del 19/06/1980 (allora vigente), alla quale rinviava la L. n. 218 del 1995, art. 57; le norme interne applicabili alla fattispecie, erano, quindi, gli artt. 1336, 1326 e 1327 c.c.”. L’annuncio di vendita pubblicato sul sito e-bay dal venditore malese, qualificato come offerta al pubblico ai sensi dell’articolo 1336 del Codice Civile, in quanto diretta ad un pubblico indifferenziato (gli utenti del sito internet) e contenente gli estremi essenziali del contratto ai quali il consumatore, ove avesse voluto aderire, non poteva fare altro che accettare, vale in effetti come offerta al pubblico. Da qui, il rinvio all’articolo 1326 del Codice Civile, a norma del quale “il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte”. Come specificato dai giudici in sentenza, “nella fattispecie in esame, è, però, pacifico, che la prestazione, da parte del venditore, doveva eseguirsi senza una preventiva risposta stante la natura dell’affare: infatti, non appena l’imputato pagò il prezzo stabilito nella proposta di vendita, il venditore, senza altre formalità, provvide a spedire la merce in Italia”. Come stabilisce l’articolo 1327 del Codice Civile, “qualora […] la prestazione debba eseguirsi senza una preventiva risposta, il contratto è concluso nel tempo e nel luogo in cui ha avuto inizio l’esecuzione”, ossia nel momento in cui il venditore malese consegnò la merce al vettore, cioè al fuori dal territorio nazionale. Dal punto di vista civilistico, il contratto si è concluso all’estero, nel luogo che, secondo una consolidata giurisprudenza, dovrebbe rappresentare anche il locus commissi delicti del reato di ricettazione. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno ritenuto di dover disattendere tale conclusione, in quanto il delitto in questione “deve ritenersi commesso nel territorio dello Stato [in quanto] il reato la cui condotta anche omissiva, sia stata commessa anche in minima parte nello Stato, seppure priva dei requisiti di idoneità e di inequivocità richiesti per il tentativo (teoria della cd. ubiquità)” è, a norma dell’articolo 6 del Codice Penale, commesso in Italia. A questo proposito, sono “rilevanti tutti i comportamenti che, attuando una modificazione del mondo esteriore, possono contribuire alla perpetrazione del reato”. Secondo la Cassazione, è “sufficiente che sia avvenuta in Italia una parte anche subvalente dell’azione o dell’omissione, pur se priva dei requisiti di idoneità e di univocità richiesti per il tentativo. Di conseguenza, essendo pacifico che l’imputato inviò l’ordine di acquisto dal territorio italiano, il reato di ricettazione deve ritenersi commesso nel territorio dello Stato proprio perché una parte dell’azione (ordinativo della merce), da intendersi nel senso amplissimo di cui si è detto, fu commessa in Italia”. La Cassazione ha, per questi motivi, rigettato il ricorso, affermando il seguente principio di diritto: “in caso di ricettazione di merce contraffatta, il cui contratto si sia concluso – secondo le norme civilistiche – in un paese estero, il reato, tuttavia, deve ritenersi commesso, ai sensi dell’art. 6 c.p., comma 2, nel territorio dello Stato, se ivi è stata commessa una parte dell’azione (nella specie, l’ordinativo della merce). Di conseguenza, ai fini della procedibilità, non è necessaria, ai sensi dell’art. 9 c.p., né la richiesta del Ministro della Giustizia, né l’istanza o la querela della persona offesa”. (Corte di Cassazione - Sezione Seconda Penale, Sentenza 14 novembre 2016, n. 48017)
  • Odori - Cassazione Penale: scatta il reato di disturbo agli inquilini se i cattivi odori derivanti dalla cottura di pietanze risultano molesti all’olfatto, superando il limite della normale tollerabilità
    La Corte di Cassazione ha stabilito che i cattivi odori derivanti dalla cottura di cibi avvertita nelle abitazioni delle persone anche a finestre chiuse e che, quindi, superano il limite della normale tollerabilità, integrano il reato di molestie olfattive e di disturbo. Nel caso di specie, il Tribunale di Vicenza aveva condannato una pizzeria alla pena dell’ammenda, oltre che al risarcimento del danno della ricorrente, per aver cagionato molestia e disturbo agli inquilini residenti negli appartamenti posti al di sopra del locale, a causa dei cattivi odori derivanti dalla cottura delle pietanze, in relazione al reato di cui all’articolo 674 del codice penale. L’imputato, quale titolare della pizzeria, ha proposto ricorso per Cassazione, deducendo che gli odori caratteristici della pizza erano inidonei a cagionare molestie olfattive e che le prove orali risultavano contraddittorie, in quanto nessuno dei testimoni aveva ritenuto insopportabile lo sprigionamento dei cattivi odori provenienti dalla pizzeria, nonostante la percezione degli stessi. Solo un testimone aveva dichiarato di non aver mai percepito odori molesti nella sua abitazione, ma tale testimonianza era stata ritenuta dal Giudice di merito inattendibile. La Corte di Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso del titolare della pizzeria, sostenendo che la motivazione sul punto indicata nella sentenza impugnata è pienamente sufficiente e coerente, laddove evidenzia che le prove testimoniali risultano concordi nell’affermare che i cattivi odori derivanti dalla cottura delle pizze nell’esercizio dell’imputata si avvertivano anche a finestre chiuse e comunque sul vano scala e nella zona del garage e, in alcuni orari, invadevano le stanze dei vari appartamenti, superando il limite della normale tollerabilità. Tali odori erano stati percepiti anche dal funzionario della ASL che aveva proceduto all’accertamento dei fatti e dal tecnico dell’Agenzia regionale per l’ambiente. Inoltre, ha affermato la Cassazione, non può essere sindacata l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, relativa all’inattendibilità di quanto affermato da un unico testimone che non aveva percepito cattivi odori, per la dichiarata inimicizia di quest’ultimo con le persone offese. Pertanto, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali. (Corte di Cassazione - Terza Sezione Penale, Sentenza 26 ottobre 2016, n. 45255)
  • Praticanti - Cassazione Civile: l’avvocato titolare dello studio non può incassare il compenso per l’attività stragiudiziale che il proprio praticante ha svolto a favore di un parente
    La Corte di Cassazione ha stabilito che, in assenza di procura alle liti, l’avvocato titolare dello studio non può richiedere l’onorario per pratiche stragiudiziali svolte dal proprio praticante in favore di suoi parenti. Nel caso in esame, un presunto cliente proponeva opposizione al decreto emesso dal Giudice di Pace, con il quale gli era stato ingiunto di pagare ad un avvocato una somma di denaro quale corrispettivo di prestazioni professionali, in realtà svolte dal proprio nipote, praticante nello studio legale dell’avvocato che aveva chiesto il compenso. Il Giudice di Pace, deducendo l’inesistenza di qualsiasi rapporto professionale tra il legale e l’ingiunto per assenza di procura alle liti anche solo verbale, essendo stato incaricato delle pratiche stragiudiziali il praticante avvocato, accoglieva l’opposizione, revocando il decreto ingiuntivo. Il Tribunale, in sede di giudice di appello, condannava, altresì, l’avvocato, al pagamento delle spese anche del primo grado, rilevando non solo l’assenza di un mandato scritto, ma anche l’insussistenza di un conferimento anche solo verbale dell’incarico all’avvocato, risultando incontestabile che il presunto cliente avesse avuto un rapporto con il solo nipote, abilitato a svolgere la richiesta attività stragiudiziale. Avverso la sentenza del Tribunale, il professionista proponeva ricorso per Cassazione, deducendo vizio di motivazione della sentenza impugnata per non aver il giudice di merito rilevato la sussistenza di un rapporto professionale instauratosi per facta concludentia per la “consegna dei documenti, direttamente o per il tramite del proprio nipote, al ricorrente”. I giudici di Cassazione hanno rigettato il ricorso proposto dall’avvocato, rilevando come nel caso in esame non vi sia mai stato un conferimento dell’incarico al legale, titolare dello studio in cui il nipote del presunto cliente svolgeva la pratica forense, neppure per facta concludentia, non essendosi instaurato alcun rapporto tra il professionista e il cliente, il quale aveva avuto un rapporto con il solo nipote, praticante dello studio abilitato allo svolgimento dell’attività stragiudiziale. (Corte di Cassazione - Sezione Seconda Civile, Sentenza 25 ottobre 2016, n. 21543)

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