CSA - Centro Studi Amministrativi

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Torino 15.6.2016 Corso: Il Regolamento Europeo - Protezione dei dati personali/privacy

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                         IL REGOLAMENTO EUROPEO* 

PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI/PRIVACY  

                           Torino, 15 giugno 2016

Il corso illustra in qualità, le sanzioni e le responsabilità in materia di protezione dei dati personali con riferimento

al  recente provvedimento di approvazione del regolamento europeo sulla  privacy e sulle recenti modifiche

normative dal forte impatto sull'operare quotidiano

                                              (per il programma completo cliccare in alto sul link corsi)

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Workshop: Nuovo Codice dei contratti di appalto - Quadro normativo e gestione pratica

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                                                      Torino 10 e 19 maggio 2016 

 

                                                                                        WORKSHOP

IL NUOVO CODICE DEI CONTRATTI DI APPALTO -  QUADRO NORMATIVO E GESTIONE PRATICA

                                                                            ..................................................

                                                                                1 modulo

                 

                          QUADRO NORMATIVO ED IL RECEPIMENTO DELLE DIRETTIVE UE 

                                                            Novità -  Trasparenza - Contenzioso

                                                                                                        ................

                                                                             2 modulo

                            

                      GESTIONE DEI CONTRATTI PUBBLICI DI LAVORI, FORNITURE,  SERVIZI

  Scelta del contraente, gara, aggiudicazione, esecuzione e profili di danno erariale per affidamenti illegittimi

                                                                                                                                          ……………….

Il workshop con un approccio pratico-operativo indirizzato ai Segretari, Direttori,  Responsabili Uffici Tecnici e loro collaboratori,

degli Uffici Appalti,    Contratti, Economato, Provveditorato e Legale di Enti Pubblici, Società partecipate e Liberi Professionisti,

analizzerà gli elementi di novità intervenuti nel provvedimento di approvazione del Nuovo Codice degli Appalti Pubblici di lavori,

 servizi e forniture  a seguito della legge delega  per l'attuazione  delle 3 nuove Direttive UE.

Il corso mira a formare e consolidare la preparazione delle figure professionali coinvolte nel settore degli appalti e contratti pubblici

                               (per il programma completo cliccare in alto sul link corsi)

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Quaderni Amministrativi IV trim 2015 e I trim 2016

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Pubblicato il periodico QA relativo al IV trim 2015 e I trim 2016 con importanti scritti 

                              INDICE   

* Il passaggio dalla carta al web del durc  

  ( Dottoressa Paola Ardigò -  Funzionario ASL 5 Spezzino)........................................pag.   3

* L'ordinamento provinciale

   (Prof. Bruno Di Giacomo Russo - Docente di diritto costituzionale  

   Università  Milano Bicocca – Presidente Aevv Energie)............................................pag. 10

* Il silenzio assenso procedimentale tra amministrazioni pubbliche e tra 

  amministrazioni pubbliche e gestori di beni o servizi pubblici

 (Avv. Francesco De Clementi - Tecnologo del Consiglio Nazionale delle Ricerche)...pag. 17

* Il lavoro minorile
   (Dott. Giovanni Modesti -  incaricato di Diritto del Lavoro presso la Università

“G. D’Annunzio” di Chieti....pag.  27

* Semplificazione del linguaggio amministrativo. Metodi applicativi per la riscrittura

 dei contenuti informativi sui procedimenti in materia di immigrazione: risultati del

focus group con gli operatori dello Sportello Immigrazione del Comune di Firenze.

(C. Fioravanti, F. Romano - Istituto di Teoria e Tecniche

dell'Informazione Giuridica del CNR - Firenze) .............................................................pag.  53

* Legge 28 gennaio 2016, n. 11
Deleghe al Governo per l’attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE del

Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sull’aggiudicazione dei contratti di

concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori

dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino della disciplina

 vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture..................pag.  70

                      Pubblicazione bilanci ......................... ....................................................pag. 88

  Comune di Cantù - Comune di Cornaredo  -  Provincia di Cosenza - Comune di Massa   

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Siamo un'associazione scientifico-culturale, senza fini di lucro, operante dal 1983, composta da docenti universitari, magistrati, liberi professionisti, studiosi, dipendenti pubblici. Pubblichiamo la rivista giuridica di dottrina, giurisprudenza e legislazione "Quaderni Amministrativi".
Promuoviamo e curariamo la trattazione e l'approfondimento di problemi culturali, economici, fiscali, amministrativi ed urbanistici degli operatori pubblici e privati con convegni, congressi, seminari, conferenze e corsi.
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NOTIZIE DA FILODIRITTO.COM

  • Fisco - Cassazione Civile: deducibilità dei costi black list
    In tema di deducibilità dei costi black list, la Corte di Cassazione ha affermato che la mancata osservanza dell’obbligo di esposizione separata dei costi black list non determina necessariamente la indeducibilità dei costi stessi, in considerazione della retroattività della normativa vigente in materia. In particolare, la sezione tributaria della Suprema Corte era chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza d’appello con cui la Commissione tributaria regionale di Roma aveva ritenuto sanato l’errore formale commesso dalla società: errore consistente nella omessa indicazione separata delle spese e degli altri elementi negativi di reddito conseguente alle operazioni intercorse con imprese commerciali aventi sede in paesi a fiscalità privilegiata e, appunto, sanato con la presentazione della prova della effettiva esistenza di dette operazioni. La Corte di ultima istanza ha anzitutto osservato che le previsioni ex articolo 8 comma 3 bis Decreto Legislativo 18 dicembre 1997 n.471 (“Articolo”), introdotto dall’articolo 1 comma 302 legge n.296 del 2006, sono applicabili retroattivamente e che: “l’omessa esposizione separata dei componenti negativi di reddito […] da causa ostativa della deducibilità dei costi è divenuta una violazione specificamente sanzionata” dal legislatore. Inoltre, si aggiunge, tale omissione rappresenta un forte ostacolo all’attività di controllo svolta dall’Amministrazione finanziaria delle operazioni intervenute con imprese c.d. “black list”. I giudici della Cassazione evidenziano poi, in contrasto con quanto stabilito in precedenza dalla Commissione tributaria regionale, che la procedura prevista per la dichiarazione integrativa di cui all’articolo 2 commi 8 e 8bis del d.P.R. n.322 del 1998 non è applicabile all’ipotesi di omessa indicazione separata dei costi  di cui sopra, dal momento che questa non comporta in alcun modo la rettifica del reddito dichiarato. Parimenti, i giudici precisano che “l’avvio della verifica fiscale di cui il contribuente abbia avuto formale conoscenza costituisce causa ostativa alla presentazione della dichiarazione integrativa […] in quanto, se fosse possibile porre rimedio alle irregolarità anche dopo la contestazione delle stesse, la correzione si risolverebbe in un inammissibile strumento di elusione delle sanzioni comminate dal legislatore”. Ritenendo poi applicabile al caso di specie il disposto dell’articolo 1 comma 303 della legge 27 dicembre 2006 n.296 – il quale prevede l’applicazione congiunta della sanzione proporzionale del 10% dei costi non indicati separatamente e la sanzione minore fissa, previste entrambe dall’Articolo – la Corte di Cassazione conclude infine: “l’esposizione separata dei costi derivanti da operazioni intercorse con imprese localizzate in paesi a fiscalità privilegiata, pur mantenendo il carattere di adempimento obbligatorio, ha cessato di essere una condizione alla quale è subordinata la deducibilità dei costi di black list”. (Corte di Cassazione - Sezione Tributaria Civile, Sentenza 27 aprile 2016, n.8326)
  • Ecommerce - Antitrust: sanzionate sei aziende per vendita on line di prodotti contraffatti
    L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con sei diversi provvedimenti a carico di altrettante aziende, è intervenuta su alcune pratiche commerciali scorrette nell’esercizio dell’e-commerce. A seguito di segnalazioni pervenute sia da consumatori che da associazioni a tutela dei marchi (INDICAM), l’Autorità ha analizzato i contenuti di ben 169 siti internet nei quali venivano offerti ai consumatori italiani prodotti di varia natura, quali scarpe, occhiali da sole, capi di abbigliamento, prodotti di bigiotteria e orologi di gran moda. Nelle segnalazioni si evidenziava che le informazioni presenti sui siti risultavano idonee ad ingannare i consumatori inducendoli ad assumere una decisione di natura commerciale che diversamente non avrebbero preso. Infatti, i prodotti pubblicizzati come prodotti di famosi brand risultavano in realtà contraffatti e, altresì, in grado di provocare gravi danni alla salute del consumatore. In particolare, secondo quanto affermato dall’Autorità, in numerosi campioni di calzature importate dalla Cina, fra cui scarpe e scarpine anche per bambini a marchio Nike, destinate alla vendita nei mercati di tutta Europa, erano state rilevate percentuali allarmanti di cromo esavalente, sostanza altamente cancerogena. Mentre in capi di abbigliamento di famose griffe anche per bambini, era stato rilevato tramite analisi di laboratorio che tali indumenti risultavano contaminati in quanto tinti con sostanze chimiche pericolose che possono alterare anche il sistema ormonale dell’uomo. L’Autorità ha rilevato che la struttura e la grafica utilizzata sui siti induceva i visitatori a credere di “acquistare su un sito originale, ovvero riconducibile ai diversi titolari dei marchi, potendo usufruire di un prezzo outlet”. Secondo il Garante si tratta di siti fortemente ingannevoli che copiano il look&feel del proprietario del brand: in tal modo il potenziale acquirente non è in grado di distinguere un prodotto contraffatto da uno originale. Trattandosi di siti monomarca, il visitatore ha la percezione che gli stessi siti siano direttamente riconducibili al titolare del marchio o comunque gestiti da un rivenditore ufficiale dei prodotti pubblicizzati. Inoltre, secondo le denunce pervenute all’Autorità, le informazioni contenute nei siti non rispettavano quanto previsto dal Codice del Consumo in merito alla fase post vendita, alla garanzia sul prodotto e all’esercizio del diritto di recesso e di ripensamento. Infatti, all’interno dei siti segnalati venivano fornite informazioni confuse sulle modalità di resa del prodotto e sul diritto di ripensamento e non venivano rese note le informazioni sull’esistenza della garanzia legale obbligatoria ai sensi degli articolo 130 e seguenti del Codice del Consumo. I siti non indicavano, poi, alcun indirizzo geografico e/o identità del professionista a cui potersi rivolgere in caso di reclami. L’Autorità ha rilevato che detti comportamenti potrebbero integrare due distinte pratiche commerciali scorrette o condotte poste in essere dal professionista in violazione degli articoli 20, 21, comma 1 e 2, articolo 23, comma nonché dell’articolo 49, comma 1, del Codice del consumo. Pertanto, l’Autorità ha disposto la sospensione di ogni attività diretta a diffondere i contenuti dei 169 siti individuati, ordinando agli operatori di inviare all’Autorità una relazione che illustri l’esecuzione dei provvedimenti e le relative modalità. (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Provvedimenti 14 marzo 2016, nn. 25893, 25894, 25895, 25896, 25897, 25898)
  • Provider - Tribunale di Roma: la piattaforma di video-sharing “break.com” ritenuta responsabile per i contenuti illeciti caricati dagli utenti
    Il Tribunale di Roma ha ritenuto la società Break Media, titolare e amministratrice della piattaforma di video-sharing “break.com”, responsabile per i contenuti illeciti caricati sul sito dai propri utenti. R.T.I. Reti Televisive Italiane S.p.A. aveva contestato a Break Media la violazione di propri diritti di sfruttamento economico su sequenze e frammenti di programmi televisivi presenti sulla piattaforma di video-sharing di quest’ultima. Per questo motivo R.T.I. chiedeva l’inibitoria al proseguimento della condotta illecita, la rimozione dai server dei files audiovisivi tratti dai programmi di sua titolarità, la condanna al risarcimento del danno, la fissazione di una penale per ogni violazione successiva e la pubblicazione del provvedimento su quotidiani e periodici. La convenuta declinava ogni responsabilità, adducendo lo svolgimento di un’attività puramente tecnica di fornitura ai propri utenti di una piattaforma di hosting in cui pubblicare contenuti audiovisivi, senza alcun intervento o collaborazione nella loro realizzazione e/o gestione. Di conseguenza, detta società affermava di non avere alcun obbligo di sorveglianza relativamente ai contenuti caricati dagli utenti, essendo ciò espressamente escluso per gli hosting provider dall’articolo 17 del Decreto Legislativo 70/2003 attuativo della Direttiva Europea 2000/31/CEE, ma unicamente il dovere di attivarsi per rimuovere qualsiasi video lesivo di diritti di proprietà intellettuale di terzi in caso ne fosse effettivamente venuta a conoscenza. Nel caso in parola, Break Media era stata in effetti informata da R.T.I. della violazione di suoi diritti per mezzo di due lettere di diffida, tuttavia le segnalazioni erano state giudicate dalla convenuta non idonee a permetterle di individuare e rimuovere i contenuti in questione, poiché le comunicazioni ricevute contenevano i soli titoli dei programmi che si ritenevano diffusi senza autorizzazione e non si presentavano pertanto, a detta di Break Media, sufficientemente dettagliate nell’indicare i contenuti illeciti e i relativi URL. Detti requisiti di non genericità della diffida e la necessità di una specifica indicazione degli indirizzi compendiati in singoli URL erano stati in precedenza stabiliti dalla Corte d’Appello di Milano nella sentenza n. 29 del 22 gennaio 2015. Investito della controversia, il Tribunale di Roma rileva, tuttavia, come quella della convenuta non possa essere ritenuta una semplice piattaforma di condivisione, «ma un portale che consente una facile e svariata scelta con una semplice consultazione di migliaia di filmati e/o frammenti di filmati in massima parte opera di terzi non casualmente immessi dagli utenti ma catalogati ed organizzati in specifiche categorie (musica, film, intrattenimento etc.) con intervento diretto anche nei contenuti con diversi modi di utilizzazione e la possibilità di scegliere, all’interno del programma, la parte che interessa collegandola anche ad altri video “correlati”». Questi caratteri rendono la piattaforma, agli occhi del giudice romano, del tutto incompatibile con la qualificazione del relativo titolare quale semplice “hosting provider”. Inoltre, la precedente posizione giurisprudenziale secondo cui le diffide dovrebbero presentarsi dettagliate nell’indicare i contenuti illeciti e i relativi URL non sarebbe condivisibile poiché, secondo il giudice de quo, «oltre a rendere difficile e quasi impossibile per i soggetti titolari di diritto d’autore leso che non dispongono di grandi mezzi tecnici delle dimensioni precisate ottenere la tutela, è in contrasto con tutte le direttive europee e le sentenze della Corte di Giustizia che, pur affermando l’insussistenza di un obbligo generale di sorveglianza, mai hanno considerato la necessità della specifica e tecnica indicazione degli URL.» Di conseguenza, il Tribunale di Roma ha ritenuto che l’indicazione nelle diffide ricevute dei programmi diffusi senza autorizzazione fosse sufficiente ed idonea a “sollecitare la necessaria attività di verifica e controllo” da parte di Break Media: la norma sopra richiamata richiede soltanto “l’effettiva conoscenza” dei contenuti illeciti e non l’indicazione delle relative URL, che non sono i contenuti ma la sola “localizzazione” sul web degli stessi. (Tribunale di Roma, Sentenza 27 aprile 2016, n. 8437) Dott. Andrea Gabrielli
  • Privacy - Cassazione Civile: sms pubblicitari, sufficiente l’assenso orale del cliente
    La prestazione del consenso al trattamento dei dati personali comuni a favore del gestore telefonico che abbia inviato SMS pubblicitari all’utente va provata documentalmente per iscritto, ma tale requisito ben può essere integrato da riproduzioni meccaniche o informatiche dell’assenso prestato oralmente. Lo ha stabilito la Cassazione, intervenendo sul delicato tema dei limiti all’utilizzo dei dati personali per finalità promozionali e/o pubblicitarie. 1. Caso La pronuncia in commento – in punto di fatto – origina dalla domanda con cui il titolare di diverse utenze telefoniche destinatarie di plurimi SMS di contenuto promozionale e/o pubblicitario conveniva in giudizio il gestore telefonico allo scopo di ottenere l’interruzione dell’illegittimo trattamento dei suoi dati personali con conseguente risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali arrecati alla sua vita lavorativa e sociale. In primo grado, l’adito Tribunale di Milano, nel contraddittorio delle parti, dichiarava cessata la materia dei contendere sulla domanda inibitoria (intimazione alla società convenuta di immediata cessazione del trattamento dati personali per finalità promozionali dell’invio di materiale pubblicitario ed altro) mentre rigettava la domanda di risarcimento del danno proposta dal cliente, condannandolo altresì al pagamento delle spese del giudizio. Avverso la pronuncia di rigetto il cliente proponeva ricorso per cassazione affidato a sette motivi di censura. In particolare il ricorrente fondava le sue doglianze sulla dedotta necessità, ai sensi dell’articolo 23, comma 3, del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, della prova scritta del consenso al trattamento dei dati personali nonché sulla inidoneità dei documenti prodotti dalla società convenuta ad integrare detto requisito formale (risultanze dei sistemi informatici, da lui non sottoscritte e recanti annotazioni eseguite da operatori incaricati dal gestore stesso). Due, quindi, i profili sui quali il giudice di primo grado avrebbe – a suo dire – fallacemente fondato la statuizione di primo grado: da un lato, la prova della prestazione del consenso poteva essere fornita solo in forma scritta, posto anche che solo tale modalità avrebbe consentito di verificare la ricorrenza degli altri requisiti di validità; dall’altro, il consenso al trattamento dei dati doveva essere provato da chi intendeva farlo valere con avvalimento degli ordinari mezzi di prova, mentre nel caso di specie tale prova era stata indebitamente tratta da riproduzione informatica. Di diverso avviso il Supremo Collegio, che ha invece disatteso tutte le censure sollevate. 2. La decisione della Suprema Corte Ed invero, a parere degli Ermellini, entrambi i motivi sopra menzionati non hanno meritato favorevole sorte, in quanto «l’affermazione conclusiva secondo cui la prestazione del consenso al trattamento dei dati personali c.d. comuni non è soggetta al requisito della forma scritta, ma, a differenza che per i dati sensibili, può essere espressa anche oralmente purché venga documentata per iscritto, appare aderente alla lettera ed alla ratio della normativa, che ai commi 3 e 4 dell’articolo 23 del Decreto Legislativo n. 196 del 2003 espressamente e logicamente distingue le due ipotesi, imponendone una diversa disciplina e significativamente tacendo sulla forma della prima (cfr Cass n. 17399 del 2015)». Altresì prive di pregio si sono rivelate le ulteriori argomentazioni addotte dal ricorrente. Con una importante precisazione, i giudici di Piazza Cavour hanno infatti osservato che, nel richiedere la documentazione dell’esplicito consenso, l’articolo 23, comma 3 del Decreto Legislativo sopra citato intende riferirsi alla categoria di “documenti” che s’identifica non solo con quella degli atti pubblici e delle scritture private, direttamente rappresentativa dei fatti dedotti in causa, ma anche con quella ampia e generica elaborata in sede di teoria generale dei diritto, che fa precipuo riferimento a qualsiasi oggetto idoneo e destinato a fissare in qualsiasi forma, anche non grafica, la percezione di un fatto storico al fine di rappresentarlo in avvenire, e che nel capo II del titolo II e del libro VI del codice civile, intitolato “prova documentale”, trova compiuta regolamentazione (in tema, cfr Cass. n. 1838 del 1990). Tanto premesso – secondo la Cassazione – «detta norma, dunque, consente al titolare del trattamento, onerato della prova della relativa liceità, di fare ricorso all’articolo 2712 del codice civile per dare riscontro scritto documentale dell’acquisizione da parte sua del consenso al trattamento dei dati personali comuni, e perciò di avvalersi di registrazioni e riproduzioni anche informatiche da lui stesso attivate (e da correlare con la doverosa preventiva informativa resa all’utente, ai sensi dell’articolo 13 del Decreto Legislativo n. del 2003), ferma restando la successiva verificabilità da parte delle Autorità a tanto deputate dell’idoneità, adeguatezza e sufficienza probatoria della recepita annotazione, seppure non sottoscritta, e ciò anche in merito alla ricorrenza degli ulteriori requisiti di validità del consenso in questione, suscettibile se contestata, di essere pure altrimenti dimostrata, tramite il complesso delle codificate regole probatorie». In altri termini, il consenso al trattamento dei dati personali comuni – salva la disciplina speciale e più rigida prescritta per i dati c.d. sensibili – può ben essere prestato oralmente dall’utente in favore del gestore telefonico, ma quest’ultimo dovrà essere in grado di documentare, con strumenti probatori conformi alle regole del codice di rito, la recepita annotazione dello stesso. Sulla scorta di questa impostazione concettuale, i Giudici di Legittimità sono pervenuti, in conclusione, alla espressa enucleazione dei seguenti principi di diritto:  «In tema di trattamento dei dati personali c.d. comuni per finalità promozionali e commerciali mediante messaggi di testo (SMS) su utenze telefoniche mobili: a) la regola introdotta dall’articolo 23 comma 3, del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, secondo cui il consenso al trattamento è validamente prestato, tra l’altro, se è documentato per iscritto, attiene non alla forma di manifestazione del consenso in questione – come, invece, stabilito per il trattamento dei dati sensibili di cui al comma 4 dello stesso articolo 23 -, ma al contenuto dell’onere probatorio gravante sul titolare dei dati personali; b) al titolare dei dati personali è imposto di dare documentazione per iscritto dell’assenso anche orale esplicitato dall’utente del servizio, al trattamento dei medesimi suoi dati per scopi pubblicitari e promozionali aggiuntivi rispetto al fornito servizio di telefonia mobile; c) la documentazione per iscritto può essere integrata anche da riproduzioni meccaniche o informatiche di cui all’articolo 2712 del codice civile, effettuate dal titolare del trattamento, salva l’eventuale successiva verifica dell’idoneità, adeguatezza e sufficienza del contenuto dell’acquisita annotazione (in tema, cfr anche art.17 Direttiva 2002/58/CE)». Dall’applicazione dei suddetti principi al caso di specie è derivato, dunque, il rigetto del ricorso, con condanna del ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio. (Corte di Cassazione - Prima Sezione Civile, Sentenza 16 febbraio - 16 maggio 2016, n.9982)

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